Parkinson: una malattia che ci obbliga a guardare l’individuo nella sua interezza

Il professor Francesco Fornai

Per lungo tempo, la malattia di Parkinson è stata considerata un disturbo circoscritto, legato quasi esclusivamente a un’area ben precisa del cervello e ai sintomi motori che ne derivano: tremore, rigidità, rallentamento nei movimenti. Ma oggi questa visione appare superata. Grazie al progresso della ricerca e a una maggiore attenzione clinica, la malattia di Parkinson si presenta come una condizione molto più complessa, che coinvolge diversi sistemi dell’organismo e che può manifestarsi con sintomi diversi e che precedono quelli motori.

“Quella che un tempo era considerata una malattia selettiva, legata alla perdita di neuroni dopaminergici in un’unica area del mesencefalo, si rivela oggi come una patologia multisistemica”, spiega Francesco Fornai, Professore Ordinario di Anatomia all’Università di Pisa e responsabile dell’Unità di Neurobiologia dei Disturbi del Movimento dell’I.R.C.C.S. Neuromed. “Il Parkinson coinvolge molteplici aree cerebrali e non solo, producendo sintomi sensoriali, cognitivi, affettivi, oltre a quelli classici del movimento”.

Già diversi anni prima della comparsa dei tremori o della rigidità, molti pazienti presentano sintomi che sembravano in passato non avere nulla a che fare con la malattia, come ad esempio la stipsi. E questo sembrerebbe chiamare in causa il sistema nervoso enterico. La sua fitta rete di neuroni distribuita lungo l’intero tratto gastrointestinale (viene spesso definito “secondo cervello”) sembra infatti mostrare alterazioni simili a quelle riscontrate nel cervello dei pazienti parkinsoniani.

Il dolore è un altro segnale poco noto, ma sempre più riconosciuto. Non si tratta solo delle contratture muscolari dovute a posture alterate, ma di una vera alterazione della soglia del dolore, che rende insopportabili anche stimoli normalmente innocui. “Nel midollo spinale dei pazienti parkinsoniani, i neuroni che regolano la trasmissione del dolore sono ridotti. Questo abbassa la soglia dolorifica e rende il corpo più vulnerabile a stimoli che, in condizioni normali, non sarebbero percepiti come dolorosi”.

Anche il sonno è coinvolto. Disturbi come il cosiddetto REM sleep behavior disorder, in cui il corpo si muove durante la fase dei sogni, possono comparire anni prima dei sintomi motori. E lo stesso vale per l’olfatto: “La perdita o l’alterazione dell’olfatto è spesso uno dei primi segnali, ben prima della comparsa dei tremori. Studi recenti mostrano che, oltre al nervo e al bulbo olfattivo, a essere colpita precocemente è la corteccia olfattiva primaria, una struttura antica del cervello, coinvolta anche nel tono dell’umore e nella regolazione affettiva”.

Molti pazienti sperimentano anche apatia o anedonia, cioè la perdita di interesse e piacere nelle attività quotidiane. “Il paziente parkinsoniano tende a disinteressarsi del mondo esterno. Magari era appassionato di cucina o sport, e improvvisamente perde ogni gratificazione in quelle stesse attività”.

Va però ricordato che sintomi come quelli intestinali, il disturbo del sonno, la perdita dell’olfatto o una riduzione del tono dell’umore non sono esclusivi della malattia di Parkinson. Sono condizioni frequenti, spesso legate a cause diverse e benigne, che non devono essere interpretate come segnali della malattia in assenza di un quadro clinico complesso. “Nessuno di questi sintomi, preso da solo, può indicare con certezza il Parkinson – precisa Fornai – ma questo non significa che siano irrilevanti. Al contrario, il fatto che compaiano precocemente in molti pazienti ci sta aiutando a capire meglio la natura della malattia, il suo sviluppo e i sistemi coinvolti”.

Proprio questa diffusione dei sintomi ha spinto i ricercatori a interrogarsi sulle origini della malattia. È nata l’ipotesi che il Parkinson possa avere origine fuori dal cervello, ad esempio nell’intestino o nella mucosa olfattiva, da dove agenti patologici si diffonderebbero al sistema nervoso centrale. Idea affascinante, ma sulla quale Fornai invita alla cautela: “Studi neuropatologici hanno mostrato che alcune lesioni caratteristiche della malattia, come i corpi di Lewy, si ritrovano anche nei neuroni del sistema nervoso enterico, che attraversa l’intero tratto digerente ed è dotato di una rete di cellule nervose sorprendentemente ampia. Si è ipotizzato che proteine mal ripiegate, come l’alfa-sinucleina, possano muoversi dall’intestino al cervello lungo vie nervose come il nervo vago, raggiungendo aree sensibili, ad esempio il nucleo del tratto solitario, prima ancora che compaiano i sintomi motori. Tuttavia, non abbiamo prove definitive. Siamo portati a voler spiegare tutto, ma dobbiamo mantenere uno spirito scientifico critico. Potrebbe trattarsi semplicemente di una concomitanza di lesioni in più sedi, non di un’origine periferica univoca”.

Anche il sistema cardiovascolare può essere coinvolto. La perdita dell’innervazione ortosimpatica, che regola la frequenza cardiaca e la pressione, e la perdita dell’innervazione vegetativa delle arterie può portare a ipotensione, fino a veri episodi di caduta. Allo stesso modo, la vescica e l’apparato urinario possono presentare alterazioni, con problemi di incontinenza o difficoltà nella minzione. Dall’intestino al cuore, dall’olfatto all’apparato urinario, dall’umore al sistema endocrino, tutti questi segnali ci mostrano come il Parkinson non sia confinato al cervello. E questa nuova visione riflette un’evoluzione più generale nella medicina. “Per molto tempo abbiamo affrontato le malattie in modo settoriale, ma oggi ci stiamo riavvicinando a una prospettiva più ampia – osserva Fornai –. La malattia di Parkinson ci obbliga a guardare l’individuo nella sua interezza, vegetativa e relazionale”.

È un cambiamento che non riguarda solo il Parkinson. I segnali precoci che emergono da sistemi apparentemente lontani dal cervello, come l’olfatto, l’apparato digerente, il sistema cardiovascolare, si ritrovano anche in altre malattie neurodegenerative, dalla demenza a corpi di Lewy alla malattia di Alzheimer. “Avremmo potuto fare un discorso simile partendo da un’altra patologia – conclude il neurologo – Ad esempio, parlare di olfatto e di disturbi intestinali nella demenza degenerativa. Diciamo che oggi vediamo il Parkinson come un modello di studio, un esempio emblematico di come la neurodegenerazione non si esaurisca nel cervello, ma coinvolga tutto l’organismo”.

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