Il ruolo del sistema cardiovascolare nelle demenze

Il professor Giuseppe Lembo e l’ingegner Lorenzo Carnevale

Le malattie neurodegenerative sono state a lungo studiate soprattutto dal punto di vista neurologico. Negli anni, però, la ricerca ha mostrato che anche i fattori cardiovascolari e metabolici incidono sul declino cognitivo, offrendo una prospettiva più ampia.

“L’ipertensione non è solo il principale fattore di rischio per l’ictus – spiega Giuseppe Lembo, Professore Ordinario dell’Università Sapienza di Roma, presso l’I.R.C.C.S. Neuromed – ma incide anche sulla comparsa di forme di demenza. Lo abbiamo dimostrato già circa quindici anni fa, quando osservammo che l’aumento della pressione arteriosa favoriva la precipitazione di beta-amiloide nel cervello in modelli sperimentali di ipertensione”.

Molti casi classificati come Alzheimer sporadico, se analizzati più a fondo, mostrano infatti una componente vascolare importante. “Oggi sappiamo che la forma più diffusa di demenza non nasce direttamente da un danno neuronale, ma ha radici vascolari – continua Lembo – ed è su questo fronte che la ricerca ha fatto passi avanti significativi”.

Accanto alla prospettiva clinica, la tecnologia ha permesso di guardare al cervello con strumenti nuovi. “Il limite delle scale diagnostiche tradizionali è che offrono solo una valutazione qualitativa, spesso imprecisa – spiega l’ingegner Lorenzo Carnevale, Professore Associato dell’Università Sapienza di Roma, presso l’I.R.C.C.S. Neuromed. Grazie a tecniche avanzate di neuroimaging e a modelli matematici possiamo ora quantificare con precisione le connessioni cerebrali e capire come l’ipertensione le alteri, anche quando la risonanza classica appare normale”.

Le analisi più recenti hanno permesso di descrivere migliaia di parametri per ogni cervello, mappando sia le connessioni strutturali sia quelle funzionali, per ciascun paziente. “Abbiamo visto che nei pazienti ipertesi si modifica in particolare la rete dell’attenzione, che gestisce la capacità di selezionare e integrare gli stimoli – aggiunge Carnevale. È un tipo di danno che si riflette sulle funzioni esecutive, quelle che risultano più compromesse nei test cognitivi di questi pazienti”.

La professoressa Daniela Carnevale

Un altro fronte di ricerca riguarda la fase precoce, quando non c’è ancora neurodegenerazione evidente ma si osservano già alterazioni sottili. “Il cervello può attraversare una lunga fase in cui i neuroni non muoiono, ma le connessioni risultano meno efficienti – spiega Daniela Carnevale, Professore Ordinario dell’Università Sapienza di Roma, presso l’I.R.C.C.S. Neuromed -. È una finestra temporale che può durare anni, e che offre la possibilità di intervenire prima che il danno diventi irreversibile”.

In questa fase contano non solo la pressione o il metabolismo, ma anche fattori di stile di vita. “Abbiamo visto che la frammentazione del sonno o lo stress psicosociale aumentano la vulnerabilità – aggiunge – mentre l’attività fisica regolare può avere un effetto protettivo. Non si tratta di cure, ma di condizioni che predispongono il cervello a resistere meglio o peggio alle sfide dell’ipertensione”.

Un altro meccanismo al centro degli studi è quello immunitario. L’ipertensione rende più permeabile la barriera emato-encefalica, permettendo a cellule e molecole infiammatorie di entrare nel cervello. “Le interazioni che si stabiliscono tra neuroni e cellule del sistema immunitario possono alterare o compromettere la funzione sinaptica – osserva Daniela Carnevale – e portare a deficit cognitivi anche in assenza di perdita neuronale macroscopica”. Gli studi di proteomica aggiungono un tassello ulteriore, identificando cluster di pazienti con un “rischio infiammatorio residuo”: persone che sviluppano danno cerebrale nonostante la pressione sia sotto controllo, perché l’infiammazione persiste.

Nel complesso emerge un quadro più ampio e articolato. Non un’unica causa, ma un intreccio di fattori vascolari, metabolici, immunitari e di stile di vita che, insieme, determinano la traiettoria del cervello. “La sfida – conclude Lembo – è affrontare questa complessità con un approccio multidisciplinare, in cui cardiologi, neurologi, neurofisiologi, immunologi e ingegneri lavorano fianco a fianco. Solo così possiamo sperare di capire davvero come proteggere la memoria e la mente nell’arco di una vita che si fa sempre più lunga”.

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