
Per anni, le malattie neurodegenerative sono state considerate condizioni senza possibilità reali di intervento. Patologie progressive e silenziose, che si manifestano solo quando il danno al sistema nervoso è ormai avanzato e irreversibile. Oggi però questa visione sta cambiando. Grazie alla ricerca, si sta affermando un approccio diverso, più articolato e fondato su una comprensione più ampia dei meccanismi che guidano queste malattie.
“Finalmente stiamo guardando alle malattie neurodegenerative non più come destini ineluttabili, ma come condizioni con cui si può e si deve interagire anche dal punto di vista terapeutico”, afferma Diego Centonze, Professore Ordinario di Neurologia all’Università Tor Vergata di Roma e responsabile dell’Unità di Neurologia I e della Stroke Unit dell’I.R.C.C.S. Neuromed, nonché Vice Direttore Scientifico dello stesso Istituto.
Una delle difficoltà principali è sempre stata legata alla natura stessa di queste malattie: la degenerazione neuronale è lenta e viene mascherata a lungo dai meccanismi di compenso del cervello. La malattia si rende visibile solo quando questi meccanismi falliscono, cioè quando il danno è già esteso. “Nel Parkinson, ad esempio – spiega il neurologo – si perde fino all’80% dei neuroni dopaminergici prima che compaiano i primi sintomi clinici. Lo stesso vale per l’Alzheimer o la SLA: una malattia che appare agli esordi clinici è in realtà già molto vecchia dal punto di vista biologico”.
Nonostante queste difficoltà, la ricerca ha individuato alcuni meccanismi comuni a molte malattie neurodegenerative, come l’accumulo di proteine anomale nel cervello: alfa-sinucleina nel Parkinson, beta-amiloide e tau nell’Alzheimer, TDP-43 nella SLA. Queste cosiddette proteinopatie stanno diventando bersagli terapeutici condivisi. “È un elemento che apre nuove prospettive. – osserva Centonze – L’idea che si possano modulare questi processi, anche attraverso vaccini o anticorpi specifici, potrebbe portare in futuro a interventi precoci e forse persino preventivi”.
Un’altra strada promettente è quella che esplora il legame tra infiammazione e neurodegenerazione. Se in passato le due dimensioni venivano considerate distinte, oggi si sa che processi infiammatori cronici possono contribuire all’insorgenza e alla progressione delle malattie neurodegenerative, e viceversa. “Modulare l’infiammazione potrebbe diventare un asse terapeutico importante – spiega Centonze – soprattutto nelle fasi iniziali”.
A tutto questo si aggiunge il concetto di fragilità, che sposta l’attenzione dalle singole comorbidità al loro ruolo attivo nella patogenesi. Patologie croniche come ipertensione, diabete o insufficienza renale non solo complicano il quadro clinico, ma sembrano amplificare i processi neurodegenerativi. “Queste condizioni non agiscono semplicemente in parallelo, ma in serie: spingono la malattia da dentro, rendendola più aggressiva. Curarle bene significa agire indirettamente anche sul carico di proteine patologiche, come la beta-amiloide nell’Alzheimer”.
Lo stesso vale per i disturbi psichiatrici: non sono solo reazioni emotive alla diagnosi, ma parte integrante del quadro neurologico. “Depressione e ansia spesso precedono la comparsa dei sintomi motori o cognitivi. Intervenire precocemente su questi aspetti può modificare la traiettoria della malattia, non solo migliorare la qualità della vita”. Per questo, il Neuromed ha attivato anche percorsi dedicati alla salute mentale nell’ambito delle patologie neurodegenerative, attraverso la scuola di specializzazione Psicomed.
Il professor Centonze sottolinea infine un aspetto cruciale: la prevenzione. Stile di vita sano, attività fisica regolare, dieta equilibrata non sono solo raccomandazioni generiche, ma veri e propri strumenti di protezione neurale. “È dimostrato che la fragilità si può contrastare anche così. E la prevenzione primaria non è solo una questione di abitudini, ma anche di ambiente. Alcuni studi stanno esplorando, ad esempio, il possibile ruolo di alcune infezioni virali, e l’effetto protettivo di specifici vaccini”.
Ma c’è un’ultima sfida al concetto delle patologie neurodegenerative come destino ineluttabile: la cosiddetta “riserva cerebrale”, un insieme di risorse neuronali che permettono al cervello di tollerare meglio il danno biologico. Biologicamente il cervello è colpito dalla malattia, ma se ben “allenato” sa usare meglio le sue risorse residue. “Leggere, restare attivi, mantenere curiosità e relazioni non eliminano l’accumulo di proteine, ma rendono il cervello più resistente ai loro effetti. – osserva Centonze – È un altro fronte, altrettanto importante, su cui possiamo agire”.



