
Il futuro della ricerca sulle malattie neurodegenerative non riguarda solo nuove terapie, ma anche la capacità di prevenirle. Sempre più studi mostrano che non si tratta di un destino inevitabile: l’ambiente in cui viviamo, le abitudini quotidiane e perfino la nostra storia personale possono modulare il rischio di sviluppare patologie come Alzheimer e Parkinson.
“Parliamo spesso di medicina personalizzata – spiega Licia Iacoviello, Università LUM di Casamassima (Bari) e responsabile dell’Unità di Epidemiologia e Prevenzione del Neuromed – ma esiste anche una prevenzione personalizzata. Possiamo cioè individuare quali fattori pesano di più sulla salute di una persona e agire di conseguenza, combinando la riduzione delle esposizioni dannose con l’introduzione di elementi protettivi”.
Le malattie neurodegenerative condividono con molte patologie croniche un terreno comune di fattori di rischio. “L’Alzheimer, per esempio, ha una forte componente vascolare – osserva Iacoviello – ma non possiamo ridurre tutto a questo. Sempre più attenzione va rivolta anche all’ambiente”. Tra i fattori sotto osservazione c’è l’inquinamento atmosferico, e in particolare le polveri sottili generate dalla combustione, il cosiddetto PM10.
Un risultato sorprendente emerso dalle ricerche è che questo effetto si osserva anche in contesti considerati relativamente “puliti”. “In Molise i livelli medi di inquinamento sono bassi rispetto a grandi città come Milano o Napoli. Eppure chi vive in zone con concentrazioni di particolato più alte ha una probabilità maggiore di ammalarsi di Parkinson o di demenze”. L’associazione si mantiene anche quando si considerano numerose variabili, dal livello di istruzione al tipo di lavoro, dalle condizioni economiche al vivere in città o in campagna. Segno che il legame con le polveri sottili è robusto e indipendente da altri fattori.
Restano però domande aperte sui meccanismi biologici. “Abbiamo ipotizzato processi infiammatori, o alterazioni delle lipoproteine – spiega la ricercatrice – Sono piste ancora da confermare, ma che ci indicano come l’ambiente urbano e le sue trasformazioni abbiano un impatto diretto sul rischio di neurodegenerazione”.
Da qui nasce la scelta di abbandonare un approccio frammentato, che analizza le esposizioni una alla volta, per adottarne uno più ampio. È il concetto di esposoma, che affianca il genoma nel descrivere l’insieme delle influenze ambientali e di stile di vita che agiscono sull’organismo. “Le esposizioni non sono mai isolate – sottolinea Iacoviello – ma si sommano, si moltiplicano, a volte si compensano. Una dieta ricca di antiossidanti, per esempio, può attenuare gli effetti negativi del fumo o dell’inquinamento”.
“In questa rete di interazioni rientra anche il possibile ruolo giocato dalla predisposizione genetica. – commenta Alessandro Gialluisi, Professore Associato di Statistica Medica presso l’Università LUM e ricercatore presso l’Unità di Epidemiologia e Prevenzione dell’IRCCS Neuromed – Sebbene le varianti genetiche comuni abbiano un peso minore sul rischio di malattia neurodegenerativa rispetto ad altri strati di esposoma, una stessa esposizione potrebbe avere conseguenze diverse a seconda del profilo di rischio genetico individuale: per qualcuno potrebbe essere più dannosa, per altri meno. È questa una delle ipotesi affascinanti su cui stiamo lavorando in questo momento. Non va peraltro trascurata neanche la dimensione psicosociale, dato che declino neuropsichiatrico, cognitivo e rischio neurodegenerativo vanno a braccetto”.
Da questa prospettiva nasce l’idea di una prevenzione personalizzata. Non più raccomandazioni generiche, ma la possibilità di calibrare consigli e interventi sul profilo di ciascun individuo. “Se non riusciamo a eliminare del tutto un rischio – conclude Iacoviello – possiamo comunque suggerire strategie per ridurne l’impatto, introducendo fattori protettivi mirati. È un approccio che apre nuove strade per proteggere dal peso delle malattie neurodegenerative, accanto alla ricerca di terapie sempre più efficaci”.
Accanto a questa dimensione individuale, resta però fondamentale anche il piano collettivo. La riduzione dell’inquinamento, la promozione di città più salubri e politiche ambientali attente hanno un ruolo decisivo nel diminuire l’esposizione della popolazione a fattori di rischio che agiscono silenziosamente nel corso della vita. La prevenzione personalizzata e quella comunitaria diventano così due prospettive complementari: l’una guarda al singolo, l’altra al contesto in cui tutti viviamo.



