Ora legale e sonno

Riassunto

Dalla qualità del sonno ai ritmi biologici, cosa emerge da quarant’anni di ricerche

Il professor Andrea Romigi

L’ora legale è stata introdotta all’inizio del Novecento con un obiettivo apparentemente semplice: risparmiare energia sfruttando meglio la luce naturale. Da allora è diventata una consuetudine per oltre settanta Paesi, adottata in nome dell’efficienza e del benessere collettivo. Eppure, con il passare del tempo, l’attenzione si è spostata sempre più dagli aspetti economici a quelli sanitari, e oggi si discute se questo spostamento delle lancette non comporti, almeno per alcuni, più svantaggi che benefici.

Una revisione sistematica, condotta dal Centro di Medicina del Sonno dell’I.R.C.C.S. Neuromed in collaborazione con l’Università di Pavia, la Fondazione Mondino, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, l’Università Uninettuno e l’Università di Genova, pubblicata sulla rivista Sleep Medicine Reviews, ha permesso di riunire e analizzare criticamente gli studi condotti negli ultimi quarant’anni sull’impatto dell’ora legale. Lo scopo era valutare se le transizioni stagionali (in particolare quella primaverile, quando si spostano in avanti le lancette) influenzino davvero il sonno, la vigilanza e la salute in generale.

“Dall’esame dei ventisette lavori – dice il dottor Andrea Romigi, responsabile del Centro Sonno Neuromed – emerge una tendenza chiara. Il passaggio all’ora legale determina una riduzione della durata del sonno e un aumento della sua frammentazione. Questo si traduce in una maggiore sonnolenza diurna e, in alcuni casi, in un calo dell’attenzione e della concentrazione. Gli effetti risultano più evidenti nei cosiddetti cronotipi serali, le persone che tendono ad addormentarsi e svegliarsi più tardi, ma anche negli adolescenti e nei lavoratori a turni, categorie già di per sé più vulnerabili alle alterazioni del ritmo circadiano.”

La letteratura scientifica riporta anche un incremento, nelle settimane successive alla transizione primaverile, di eventi cardiovascolari e incidenti stradali. Non si tratta di effetti drammatici in termini assoluti, ma di segnali coerenti con l’idea che il nostro organismo fatichi a sincronizzarsi con un orario artificiale. Il disallineamento tra l’orologio biologico interno e quello sociale, infatti, non si esaurisce nei giorni immediatamente successivi al cambio: può protrarsi per settimane, a volte per mesi, influenzando la qualità del sonno e la regolazione ormonale.

Anche la permanenza nell’ora legale, cioè l’adozione di un orario spostato in avanti per tutto l’anno, non sembra rappresentare una soluzione migliore. Le evidenze raccolte indicano che questa condizione mantiene un costante disallineamento tra i cicli luce-buio naturali e le nostre abitudini quotidiane, con possibili ripercussioni sul metabolismo, sull’umore e sul rendimento cognitivo. L’ora solare, invece, appare più fisiologica e coerente con i ritmi circadiani umani.

“Il quadro tracciato – continua Romigi – dalle ricerche disponibili, pur eterogenee per metodi e campioni, è piuttosto solido. I cambi stagionali, soprattutto quello primaverile, hanno effetti misurabili sul sonno e sulla vigilanza. La mancanza di studi basati su polisonnografia, la tecnica di riferimento per l’analisi del sonno, indica però la necessità di ricerche più sistematiche e standardizzate, che consentano di comprendere meglio l’impatto a lungo termine di questi spostamenti sull’equilibrio biologico e psicologico delle persone.”

Esistono naturalmente anche limiti metodologici: molti studi sono stati condotti su campioni ridotti o con strumenti di valutazione differenti, il che rende complesso quantificare l’effetto reale dell’ora legale in termini numerici. Tuttavia, la coerenza delle osservazioni fornisce un’indicazione importante, che merita di essere considerata nei processi decisionali.

Rimane infine la questione economica, che è all’origine stessa dell’ora legale. Le analisi più recenti mostrano che il risparmio energetico oggi è assai modesto: raramente supera lo 0,5% dei consumi annuali e, in alcune regioni, può addirittura trasformarsi in un aumento dei costi, a causa dell’uso prolungato dei sistemi di climatizzazione. È quindi legittimo domandarsi se un vantaggio così marginale possa giustificare gli effetti, pur lievi, che la variazione dell’orario comporta sulla salute e sul benessere.

“La revisione – conclude il neurologo – delle evidenze scientifiche non fornisce motivi per mantenere l’ora legale, né tantomeno per renderla permanente. Al contrario, suggerisce che l’ora solare rappresenti la condizione più coerente con i nostri ritmi biologici. Le politiche legate al tempo, spesso considerate un aspetto tecnico o amministrativo, dovrebbero invece tener conto della fisiologia umana: un’ora in più di luce serale può sembrare un vantaggio, ma non sempre è in armonia con la nostra natura.”

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